Come portare il cuore sulla testa

Un anno e mezzo fa, in una giornata calda d’autunno fiorentino, mi chiamavano dei ragazzi che non conoscevo, chiedendomi se avessi voglia di vedere delle loro creazioni e dare qualche consiglio sul marchio che stavano costruendo. Mi aspettavano sotto casa due ragazze e un ragazzo, vestiti in modo delizioso e un po’ fuori dal comune, un mix di brand di alta gamma di oggi e di vintage straordinario. Mi hanno portato in un luogo tra le colline, tra cespugli di more e alberi di olive, tra una casa sull’albero e macchine per le bolle di sapone. E lì, nella loro casa in mezzo a questa meraviglia, mi hanno aperto la porta del loro mondo incantato: c’erano appenderie con una vasta gamma di cappelli in forme mai viste, rari modelli di legno di tempi passati, cesti di feltro di qualità e nastri di seta di mille colori… Quel giorno, hanno preso un gran posto nel mio cuore.

Queste persone fantastiche sono i creatori dei SuperDuper: le sorelle Ilaria e Veronica Cornacchini e Matteo Gioli. Hanno studiato design, ma le loro passioni si trovano anche in mondi diversi: Veronica è una ballerina di danza contemporanea, Ilaria una studentessa di architettura e Matteo un musicista in una band rockabilly. Su queste vie si sono trovati insieme sulla stessa strada, quella dell’arte della lavorazione artigianale di cappelli. Tutto è iniziato il giorno in cui ad un mercato dell’antiquariato hanno scoperto delle vecchie forme per cappelli, e in quel momento è scattato l’amore. E dopo è iniziato il tempo della preparazione: un’accurata ricerca dei materiali, l’incontro con maestri cappellai nella loro casa per farsi insegnare antiche tecniche che stavano per essere dimenticati. E finalmente hanno cominciato a produrre, col tempo e con tanta cura, ma ora neanche un anno è passato e i cappelli sono già stati pubblicati su riviste come Vogue, Glamour, Vanity Fair, fino al WWD, presentati inizialmente alla Chérie’s Tree House e poi con successo alle fiere più importanti tra Milano e Parigi. Le loro creazioni sono in vendita nei negozi in tutto il mondo, dal Giappone alla Germania.

L’attenta scelta della materia prima applicata con del semplice vapore su rare forme di legno antico, la lavorazione a mano su macchine preziose, la traduzione e reinterpretazione dell’artigianato del passato nello stile di oggi, per finire un’opera dell’ingegno che è qualcosa di più di un cappello, e che, grazie a tutto l’amore e la poesia che ci mettono, ci permette di portare il cuore sulla testa, proprio lì dove ognuno lo può vedere.

Sylvie. I vostri cappelli nascono da una storia adorabile. Me la raccontate?
Veronica. I nostri cappelli nascono per noi: un bel giorno d’estate tre giovani dalle  mani impazienti e dalle teste sognanti passeggiando per un mercatino comprano una forma di legno per cappelli affascinati dalla bellezza dell’oggetto….quell’oggetto li seduce creando una sorta di magia… decidono di provare a far cappelli per loro stessi, poi pian piano sommersi da feltri e paglie decidono di condividere con gli altri quelle loro creazioni. E poi… e poi tutto il resto.

Il nome SuperDuper è preso da una canzone. Il mondo di partenza per le vostre creazioni?
Matteo. SuperDuper è un termine americano che significa “sensazionale”, “grandioso” e viene da una canzone del 1929 di Irvin Berlin: “Puttin on the Ritz” resa celebre da Fred Astaire.  Un masterpiece dello swing che parla di stile ed eleganza: “Trying so hard to look like Gary Cooper…. SuperDuper!”

Voi abitate e lavorate qui in una casa in campagna, in una stupenda tranquillità tra le colline. È una scelta per le vostre creazioni? O per la vostra vita?
Ilaria. Le nostre creazioni trasudano di noi. Di quello che viviamo, di quello che respiriamo ogni giorno… di una pausa sul dondolo in legno baciati dal sole estivo, dell’odore di brina nell’aria al mattino d’inverno … quando fai un lavoro creativo la tua vita e il tuo lavoro non sono più due cose distinte. L’una si alimenta dell’altro e viceversa. Quindi è senza dubbio una scelta che influenza entrambe le cose.


Avete cominciato un’anno fa a presentare le vostri creazioni al pubblico al Chérie’s Tree House. Da lì ad oggi c’era una crescita grande, mi fareste un riassunto dell’anno scorso?
M. Abbiamo vissuto talmente tanto intensamente quest’anno che ci sembra trascorso chissà quanto tempo dal primo cappello, invece è passato appena un anno dal primo debutto ufficiale di SuperDuper allo Chériè’s Tree House. E pensando a ciò siamo strafelici perché in una manciata di mesi siamo stati in grado di proporci ad un pubblico molto vasto con ottimi risultati ed anche ad essere pubblicati sulle riviste più importanti in circolazione… a proposito grazie per questa domanda perché solitamente siamo così impegnati a fare, fare, fare, che a queste grandi soddisfazioni ottenute davvero in pochi mesi forse ci pensiamo troppo poco.

Due sorelle, due fidanzati, visto che anche il fidanzato di Ilaria vive con voi e aiuta. Il new family business come punto di forza in tempi di oggi?
V. Indubbiamente in SuperDuper scorre molto sentimento: relazioni fraterne, relazioni amorose, il cuore è senza dubbio in prima linea e il suo succo confluisce inconsapevolmente nelle nostre creazioni…e oltretutto è molto più comodo litigare con un fratello, con un fidanzato, piuttosto che con un socio….di norma il giorno dopo è come se nulla fosse successo!

I materiali utilizzati sono di prima qualità e anche i vostri clienti mi raccontano che si vede la differenza. La qualità come punto vincente in tempi di oggi?
I. E’ assolutamente soddisfacente e ripaga di ogni fatica guardare il volto di intenditori del settore mentre osservano e maneggiano un nostro cappello, soprattutto sentir dire: “cappelli così non ne fanno più”. Un nostro cappello paradossalmente potrebbe esser portato anche a rovescio , la stessa cura che mettiamo nel suo aspetto esteriore esiste anche all’interno, come certi abiti sartoriali, che a guardarli dentro son belli come fuori. Un prodotto di qualità non potrà di certo avere i numeri di un prodotto massificato, ma con più sicurezza vincerà nel tempo . Questa è la filosofia del nostro prodotto. Senza dubbio però solo la qualità del prodotto non basta, ci vuole anche un’emozione da infondere in esso…e quello che noi puntiamo a donare a chi possiede un nostro cappello è un’allure di donna o di uomo di altri tempi che vive però nel nostro presente.

È fatto tutto a mano di voi? Quanto tempo ci vuole per un cappello?
I. Ogni modello nasce dalle nostre 3 matite e dalle nostre 6 mani, che realizzano sempre interamente il prototipo di ogni nuovo cappello. Poi grazie ai numeri di produzione, che sono piuttosto cresciuti in così poco tempo, ci serviamo dell’aiuto di altre mani di esperti artigiani toscani, scelti perché in grado di lavorare manualmente con la stessa nostra cura. Noi tre ci riserviamo il lusso di realizzare da soli capsule collection, pezzi speciali su richiesta per personaggi particolari o servizi fotografici e senza dubbio per gli amici! Per parlare di numeri per fare un cappello in modo totalmente artigianale ci si impiega circa due ore, in alcuni casi anche molto di più.

Progetti per il futuro? Qualche segreto da svelare?
V. A parte eventi, fiere eccetera, eccetera, il progetto futuro più concreto e più a lungo termine  che abbiamo è quello di crescere, crescere nel senso di lavorare duro per riuscire a mettere in pratica tutte le mille idee che abbiamo in testa…creare un equilibrio possibile tra sogno e realtà, cercando il più possibile di tenere i piedi ben saldi a terra. Mantenendo però la poesia senza la quale il nostro progetto non avrebbe più sostanza.

SM*

…per immergere ancora di più nella poesia dei SuperDuper mentre leggi l’articolo o ti compri il tuo personale cuore da portare sulla testa nel loro shop online, ascolta una soundtrack per te registrata alla Chérie’s Tree House dal nostro chef de la musique Giandisco:
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La formula del successo delle borse di Salar

Un approccio progettuale e sperimentale che unisce innovazione, stile e prezzo.
Salar e Francesca hanno studiato la formula ideale per arrivare al successo applicandola alla loro vita di tutti i giorni, al loro modo di lavorare, di vivere i loro spazi e chiaramente alle borse che propongono con il marchio Salar.
Poche regole ma chiare: dividere gli spazi, dividere i tempi e dar vita alla borsa progettata come un oggetto perfetto che parla di design e moda allo stesso tempo.
Una formazione mirata, una squadra invincibile, allenata a farcela, in 10.000 ore sperano… ma secondo me ce ne metteranno anche meno.
Piacciono le loro borse, piacciono loro, e il loro modo di raccontare con estrema naturalezza il sogno che alimentano. In due sanno dividere compiti, spazi e strategie non scordandosi mai le buone regole per vivere e lavorare insieme, quelle che permettono loro di mantenere un equilibrio perfetto tra successo, amore e perché no, la felicità.

Sono andata a trovarli nel loro studio/ex garage/casa, dove tra scale, piante, colori, pelli e borse alternano creazione, lavoro e vita.

Raccontatemi come avete cominciato…
S. Mi sono trasferito dal Messico in Italia nel 2008 e ho cercato lavoro come designer un po’ per imparare e fare poi qualcosa di mio. Era proprio l’anno in cui si pensava fosse il periodo peggiore per la crisi e nessuno assumeva più nessuno e anzi c’erano molti licenziamenti nelle aziende e era durissima per me che non avevo un’esperienza. Nel frattempo nel garage di casa con la vecchia macchina da cucire che ho qua dietro e grazie all’invito a partecipare alla Chérie’s Tree House…
F. Lo dice sempre in tutte le interviste! (ridono)
S. Grazie a quell’invito mi sono attivato, anche perchè in Messico avevo studiato Disegno Industriale del Prodotto e avevo fatto dei corsi sulla fabbricazione delle borse. Così nel frattempo ho fatto una quindicina di pezzi unici per questo evento e le ho vendute tutte e quindi ho detto “Va bene questo lavoro me lo devo inventare io perchè nessuno mi darà lavoro al momento”.
Ho iniziato quindi con l’A/I 2010/11… e pensare che è così poco 3 stagioni…
Ho fatto una capsule collection e non conoscevo nessuno né negozi né showroom a Milano ma ho fatto una presentazione in un negozio a Lecce che è andata molto bene…

E tu Francesca quando ti sei unita a Salar?
F. Io sono arrivata ad Aprile dopo la prima Collezione. Ho studiato Moda al Politecnico facendo un erasmus in Germania e uno in Messico dove ho conosciuto Salar. Ho lavorato poi per 4 anni da Costume National e sono andata un anno e mezzo fa perché la linea di Salar stava crescendo sempre di più, il prodotto piaceva e lui da solo non riusciva a gestire tutto quanto. Abbiamo deciso di continuare insieme.
Mi è sempre piaciuto fare un po’ tutto all’interno dell’azienda e capire le dinamiche di tutto, e il Politecnico sicuramente ti aiuta ad avere una visione generale della gestione di un brand anche da punto di vista commerciale etc…

Quali sono stati i momenti più difficili?
F. I momenti più difficili sono quando ti devi scontrare con i fornitori. Le concerie italiane preferiscono trattare con aziende grosse che con piccoli marchi, anche se forse adesso per via della crisi questa cosa sta cambiando. All’inizio era molto difficile farsi prendere in considerazione dai fornitori. Sembra che quasi non credano nei giovani, e spesso non ti vengono incontro con i minimi etc…

E quali sono state invece le più grandi soddisfazioni?
S. Tante…
F. Non è facile che un negozio che ha avuto la tua collezione ti richiami per sapere quando sarà pronta la prossima. Invece una volta ci ha chiamato Luisa Via Roma per sapere dove potevano venire a vedere la nuova Collezione e per me quella è stata una grande soddisfazione… O il fatto che un negozio come Biffi dopo 3 stagioni ci riconfermi…
S. O essere in coda al supermercato e prendere un giornale e trovare una delle tue borse è fighissimo o un’altra volta che ero con un’amica e mi dice “Guarda una tua borsa” ed era su Vogue e non lo sapevamo nemmeno che sarebbe uscita su Vogue…
O quando siamo andati da Penelope che ci ha detto che non avrebbe preso più preso borse, poi noi le abbiamo chiesto comunque se voleva darci un parere e lei dopo averle viste ci ha detto che le borse erano belle, il prezzo le piaceva e le piacevamo anche noi, e quindi le ha prese alla fine dicendo che l’ultima cosa che pensava di fare quel giorno era comprar borse…

Com’è vivere e lavorare insieme?
F. Non è facile vivere e lavorare sempre insieme ma io non lavorerei con nessun altro se non con lui. Penso che fare una cosa tua con un’altra persona sia la cosa più difficile. Abbiamo un carattere molto positivo, per lavorare insieme bisogna riuscire a venirsi in contro sempre.
S. E’ poi difficile separare le cose perchè se noi litighiamo per una cosa di lavoro non è che poi sali e stai cucinando e ti dici “Ah ciao amore come va, com’è andata oggi!?”. Non è facile separare le cose…
F. O come quando ti svegli la mattina e la prima cosa che dici è: “Ah oggi dobbiamo mandare una mail a…”
S. Sì a volte mi sveglia mentre sto dormendo per chiederrmi “Ma la mail l’hai mandata?” (ridono)…cerchiamo di separare queste cose se no finiamo per impazzire.

E com’è lavorare nello stesso spazio in cui vivete? O per lo meno, al piano di sotto?
F. E’ comodo per le tempistiche…
S. Sì, in un minuto siamo in ufficio!
F. Però cerchiamo sempre di fare orari d’ufficio, ce lo siamo imposti fin dall’inizio. E anche strutturalmente è diviso, questo è lo spazio in cui lavoriamo e al piano di sopra è casa, quindi quando abbiamo finito di lavorare andiamo su.

Parliamo delle borse Salar ora..
S. Quello che cerchiamo di fare è un prodotto particolare che abbia qualcosa di innovativo dal punto di vista estetico e dal punto di vista funzionale. Cerchiamo sempre di dare un dettaglio in più alle nostre borse per i clienti…
F. …che può essere la tipologia della pelle, alcune lavorazioni particolari come nella nostra borsa intrecciata con le borchie foderata in pelle.
S. All’innovazione riusciamo a abbinare un Made in Italy a un prezzo molto accessibile se paragonato ai nostri competitors. Riusciamo a posizionarci come qualità nelle migliori boutique in Italia e all’Estero rimanendo però a un primo prezzo per queste boutique.
Un prodotto quindi particolare, che piace, con il giusto prezzo, per noi è la formula vincente.

Salar raccontaci il tuo processo creativo…
S. Io non sono uno che disegna le borse, prima faccio sempre una lavorazione che mi viene in mente e provo a fare un prototipo, poi facendo quello cambio tutto e mi viene una cosa più carina, un approccio molto pratico e sperimentale e anche così riesco a trovare nuove forme e cose da fare, che soltanto disegnando non verrebbero fuori.
La borsa per me è il mix perfetto fra il disegno industriale di un prodotto e la moda. Alla fine è un oggetto di moda ma ha anche tanti aspetti tecnici di struttura, di unioni, ed è quello che a me piace tantissimo.

Se doveste dare un consiglio a chi desiderasse intraprendere la vostra strada?
S. Non lo fate! Studiate medicina! (ridono)
F. No non è vero, è la cosa più bella del mondo fare una cosa tua perchè le soddisfazioni sono tue e lavori anche 12 ore al giorno ma è per te. E’ dura e bisogna andare avanti anche se ti sbattono le porte in faccia… E insistere… com’era la teoria delle 10.000 ore?
S. C’è un libro che dice che devi lavorare almeno 10.000 ore prima di “arrivare”… tipo i Beatles hanno suonato 10.000 ore e poi sono diventati i Beatles…!

C’é qualcosa che volete dire che non abbiamo detto, tipo…
S. Tipo “Comprate Salar?” O… “cercasi assistenti?” (ridono)

E ridono come tutti ridono alla fine di un’intervista, perchè parlare dei proprio sogni e di quello che si fa per realizzarli, in un modo o nell’altro ci rende felici.

CG*

…mentre leggi l’aricolo e scegli nel negzio online di Salar la tua prossima borsa,  ascolta una soundtrack per te registrata alla Chérie’s Tree House dal nostro chef de la musique Giandisco:
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L’alchimia di trasformare amore in argento. E il tocco di pazzia che ci vuole.

Difficile da individuare cosa ha fatto l’inizio di questo marchio:  l’amore tra due persone, la passione per l’artigianato, viaggi nel deserto o la vita in campagna, la pazzia fantastica di lui o la dolce calma di lei, l’argento o il tocco della mano.

Guardando i gioielli di Emanuele Bicocchi, ho capito che è un intreccio di tutte variabili nel loro insieme:  proprio come il primo pezzo suo che ho visto e di cui mi sono innamorata nello stesso istante: una treccia di finissimi fili d’argento, trattata con acqua termale in modo che cambi i suoi colori secondo la tua pelle, secondo il tuo stile di vita.  Messa e mai più tolta da più di un anno, ha cambiato il colore da grigio antracite in un turchese brillante e ora in argento chiaro.

Sono due le persone dietro questo marchio, che quando li ho conosciuti pensavo che fossero usciti da qualche scena d’arte dell’underground londinese o New York, o un castello in Scozia, qualcosa di sofisticato, quasi mitico. Pian piano, conoscendoli meglio, ho capito che fanno parte di un mondo, della moda, della ricerca, sicuramente avanguardia. Ma anche di tutt’un altro, ancora più speciale e raro: Emanuele Bicocchi e Giulia Diamanti sono marito e moglie, sposati giovanissimi, abitano e creano nella loro casa a Levane, Valdarno, una casa di quelle da fiaba, in mezzo alle campagne, con pappagalli dell’Amazonas, dei cani inglesi, gatte norvegesi, tra il profumo dei dolci preparati da Giulia. E ho capito che questi mondi non sono divisi, ma la scintilla che li ha messi insieme era la passione, il filo d’argento che da quel momento li lega, è l’amore.

Lui idealizza e crea a mano ogni singolo gioiello, lei gestisce tutte le faccende aziendali, tra cui il network ormai mondiale dei negozi e il loro proprio showroom proprio a Milano. E questo oramai per una lista di negozi che si legge come la wishlist di qualsiasi ufficio commerciale, per dire alcuni: Corso Como a Milano, Luisa Via Roma a Firenze, Le Bon Marché a Parigi, Seven a New York, Harvey Nichols a Londra, Lane Crawford a Hongkong, Restir a Tokyo, Alter a Shanghai.

Ed eccomi qui, a formulare delle domande ad Emanuele Bicocchi e sua moglie Giulia Diamanti (il nome come se fosse un altro segno del destino), per farmi insegnare qualche trucco sull’alchimia, che trasforma passione in amore e poi in argento. E del tocco di pazzia che ci vuole per farlo.

Giulia, conservi fino ad oggi il primo anello che ha mai fatto Emanuele – com’è nata questa passione per i gioielli?
GD. Si è vero lo conservo da più di sei anni e credimi non per il design dell’oggetto in sé ma perché fu il primo “gioiello” interamente creato da Emanuele, pensa me lo regalò una sera dopo mesi che ci eravamo persi di vista e con il suo fare da vero toscano mi disse: “Sai, ho in mente di creare una linea tutta mia, che ne dici ?“. Non ho mai avuto una vera passione per i gioielli in particolare ed infatti ho iniziato ad amare il mio lavoro con il tempo, se tu mi avessi chiesto allora cosa avrei voluto fare ti avrei risposto in tutt’altro modo, principalmente rimasi colpita dalla grande voglia di fare, di arrivare di un ragazzo di ventidue anni che ormai vedevo solo negli uomini di “altri tempi”.

E come si è poi sviluppata per diventare questo marchio vero?
GD. Penso grazie all’ambizione e alla tenacia , a crederci a dispetto di tutti e di nessuno, a percepire il mercato, ciò di cui ha bisogno e assecondarlo ogni stagione.
EB. Il gioiello è stato la prima espressione artistica con la quale mi sono trovato in grado di esprimere me stesso e la mia creatività. Un primo passo.

Oramai i gioielli si trovano tra i negozi più importanti in tutto il mondo – chi vi ha spinti come primi?
EB. La moda ogni stagione è una scommessa, quello che ci ha portato fino a qui sono il lavoro costante, niente weekend, parecchie difficoltà, molto coraggio.

E che sarà secondo voi il mercato del futuro?
GD. Non saprei, oggi il mondo cambia così in fretta che è davvero difficile percepire quello che il mercato richiederà in futuro. Io personalmente osservo il presente con un occhio al passato e mi dispiace ammettere che ad oggi è ancora quest’ultimo ad emozionarmi di più, per questo credo che oltre ai nuovi materiali bisogna sempre usare quello che l’uomo ha dalla notte dei tempi, la mente e le mani.
EB. Oggi si vede veramente di tutto e anche il gioiello che prima era un ornamento che durava nel tempo adesso è un vero e proprio accessorio che spesso si esaurisce nel tempo di una stagione ma io penso che una creazione artigianale possa ancora far sentire unico chi la indossa.

Lavorate qui nello studio a Levane, in mezzo tra colline toscane, circondati dai vostri pappagalli, cani, gatti – un’atmosfera in un mondo tutto vostro che influisce anche nelle vostre creazioni?
GD. Sicuramente io non potrei vivere senza vicino tutti i miei animali, soprattutto il mio english bulldog Paride, onnipresente. Il posto in cui lavoriamo è assolutamente privo di distrazione, la vita scorre monotona e tranquilla e forse è anche per questo che siamo così dediti al nostro lavoro. E poi è qui che sono partiti tanti grandi della nostra arte, no?
EB. A me piace avere i miei animali sempre con me, quindi anche in azienda, sono loro che nei momenti di stress riescono a rimettermi in moto. In questo posto non c’è “movida” però ci sono i paesaggi , i sapori, gli odori e i vini tra i più prestigiosi del mondo. Perché volere di più? Una qualità di vita veramente eccellente.

E l’ispirazione per le creazioni da dove arriva?
GD. Fin da piccola ho visto mio padre con “qualcosa” per le mani, un pennello, uno scalpello, una chitarra … E’ una persona dalle mille idee che io definisco un artista puro, sono contenta di poterlo avere al nostro fianco in azienda. Credo che poter contare su qualcuno del quale ti fidi ciecamente è fondamentale nel nostro lavoro .
EB. A me piace sperimentare, “mettermi al pezzo” magari con un po’ di musica e provare e riprovare fino a che a poco a poco nasce un oggetto che mi rappresenta .

 

Siete una giovanissima coppia sposata l’anno scorso, ci lavora anche il padre di Giulia - family business come chiave di successo in questi tempi?
EB. Credo che l’azienda familiare spesso ha una marcia in più anche se non è facile scindere il lavoro dalla vita privata.

Che ci vuole oggigiorno alla nuova generazione di designer per avere successo?
GD. Crederci , crederci, crederci .
EB. Non c’è niente di più appagante e motivante di trasformare quello che ti piace in un lavoro .

I gioielli sono realizzati completamente a mano da voi – come riesci a fare in tempi di ordini grossi?
EB. Volere è potere. Cerchiamo di organizzarci al meglio. Spesso come ho già detto non ci sono orari di lavoro ma la soddisfazione di fare l’impossibile per i nostri clienti è grande.

Mi svelate un sogno per la stagione FW12?
GD. Riuscire a posizionarci in nuovi mercati nascenti e solidificare il rapporto con i nostri clienti.
EB. Continuare a far apprezzare le nostre creazioni e cercare di crescere sempre di più.

…e per farti entrare nel nostro progetto di alchimia, la casa sull’albero, ascolta mentre leggi una soundtrack registrata alla Chérie’s Tree House dal nostro chef de la musique Giandisco:
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La ragazza di nome Sole che inventò la borsa di nome LOVE

Tre culture diverse, tre le città in paesi differenti che abbracciano la storia di Les Petits Joueurs, il brand di borse di Mariasole Cecchi.
Nate nella città dell’amore, Parigi, proprio con le lettere LOVE applicate su di esse, sono cresciute poi nella città dei colori, Sao Paolo, e vengono prodotte a mano a Firenze, in Italia.

In questo modo Mariasole, ideatrice e creatrice del marchio, riesce a portare il gioco dei bambini nel mondo degli adulti, su uno dei oggetti più amati dalle donne, la borsa, e proprio come piace a noi grandi: con pelle e lavorazione pregiatissime. Vengono poi consegnate in una scatola che cambia colore ad ogni stagione ed è talmente bella che vuoi tenerla per metterci dentro i tuoi oggetti più adorati, e magari, anche i tuoi giochi da bambino che hai conservato fino ad oggi.

Entro nella sua casa che è un sogno, come lei. È un esplosione di colori ed energia.
Mi serve il caffè in tazze verdi, mentre apre, con le unghie dipinte con brillantini dorati, le confezioni delle sue croci multicolore in LEGO e argento, appena arrivate.
Sole, come la chiamano i suoi amici, è piena di positività, sorrisi, storie bellissime da raccontare, ed è quella ragazza che ha saputo conservare lo spirito di quando eravamo piccoli, portandolo nel mondo dei grandi, fornendoci la prova che un mondo nutre l’altro.

Il tuo logo, il dado con i 4 punti colorati rappresenta per te qualcosa di più…
Esattamente. I 4 colori, oltre ad essere colori che io amo e che mi ispirano molto, stanno a rappresentare 4 idee importanti per me e che mi hanno portata alla creazione del mio marchio e sono:
sii unico, sii esclusivo, sii indifferente alla pressione a cui ti sottopone la società e segui sempre il tuo cuore.

Vivi tra l’Italia e il Brasile, come influenza questo mix di culture le tue creazioni?
Un’ispirazione immensa e totalmente diversa una dall’altra. L’Italia rappresenta per me la tradizione, l’artigianalità del mio prodotto, la mia voglia di creare qualcosa di oggettivamente bello e senza tempo, che per me è caratteristico di un prodotto Made in Italy.
Il Brasile è la novità: i suoi colori, l’allegria delle persone, la positività che si respira nell’aria sono per me grandissime fonti d’ispirazione. Rappresenta per me la libertà di creazione e di pensiero e, grazie alla sua grande forza economica, molte opportunità che non avrei mai potuto avere in Italia.

Invece è tutto nato ancora in un altro paese, Francia, a Parigi…
È nato tutto per caso, come un hobby per soddisfare i miei gusti, i miei desideri.
Una sera, mentre giocavo con dei pezzi di lego che avevo in casa, mi sono accorta, che mettendoli uno vicino all’altro, davano vita a una forma, un disegno.
Avevo delle vecchie borse a casa, così decisi di incollarci qualche lego sopra, ed è cosi che realizzai la prima, la borsa “LOVE” che oggi è anche il modello più venduto.
La sera stessa sono uscita per andare ad una festa, e ho deciso di indossare la borsa. Io la adoravo, ma non sapevo come potevano reagire le altre persone. E con grande sorpresa, è stato un vero successo. Già dopo qualche ora avevo una decina di contatti di persone che ne volevano una.
Per il mese seguente mi ricordo che ogni giorno, dopo il lavoro, correvo a casa per creare un’altra delle mie borse.

Les Petits Joueurs, i piccoli giocatori, ha anche un doppio senso in francese. Che cosa significa invece per te?
Oltre al significato letterale, les petits joueurs è usato in francese per definire quelle persone che non amano prendere rischi, che non sono ambiziose e che quindi non giocano fino alla fine. Ho pensato che questo gioco di parole fosse adatto al mio marchio, essendo totalmente contrapposto al messaggio che voglio trasmettere attraverso le mie creazioni.

Lego e pelle, i simboli, sembra tutto una cosa colorata e un gioco, invece è un processo lungo. Come vengono realizzate le tue borse?
È un processo lungo perché ho voluto dar molta importanza ai lego e quindi non volevo farla sembrare una cosa “cheap” ma al contrario, un prodotto che fosse allo stesso tempo artigianale ma anche diverso e innovativo.  Il processo consiste nel creare, in base al disegno in lego, la sua propria “anima” in metallo. Questo  è uno svolgimento molto lungo dal momento che ogni pezzo di metallo viene tagliato, disegnato, svuotato e limato, tutto interamente fatto a mano… questo accessorio di metallo viene poi incastrato nella borsa per mezzo di alcuni rivetti. In base a questo metallo viene realizzato il resto della borsa o accessorio.

La prima collezione era in metallo argento, la nuova in oro, come sarà la prossima?
Per la prossima sto pensando di fare qualcosa di totalmente diverso, con un piglio più astratto e poi sto lavorando sul mio nuovo progetto, il mio sogno, quello di realizzare una mini collezione di scarpe… sempre con lego, ovvio.

 

…e mentre leggi, entra nel nostro sogno da piccoli, la casa sull’albero, e ascolta una soundtrack registrata alla Chérie’s Tree House dal nostro chef de la musique Giandisco:
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L’imprevedibilità dei cappelli di Federica Moretti

La sua storia sembra una magia, inizia a una festa a NY, passa per sfilate e magazine, e arriva in un monomarca che porta il suo nome.
Lei è come la protagonista di una favola, occhi grandi che parlano di passione e di stupore.
Racconta la sua storia sempre sorridendo, fatta di soddisfazioni e di momenti difficili che entrambi affronta con la stessa serenità.
Non la ferma nulla e anzi, tutto alimenta la sua creatività e la voglia di fare.
Passa con disinvoltura da collaborazioni a mostre, da eventi alle sue collezioni di cappelli,  sempre diverse dalle precedenti e quindi imprevedibili, ma sempre riconoscibili grazie a forti denominatori comuni.
Se fosse un colore sarebbe quello del sole, se fosse un’emozione sarebbe l’allegria, invece è un marchio di cappelli e si chiama Federica Moretti handmade.

Vado a trovarla nel suo spazio all’interno dello Studio Morinn, una vera a proprio factory che prende il nome dalle prime lettere del cognome delle fondatrici Federica Moretti e Ilaria Innocenti (Mor + Inn), in Via Sciesa a Milano, in uno luogo stupendo che ospita designer, architetti, grafici, e che dopo le scrivanie, tra i tessuti, i nastri e la macchina da cucire, vede aprirsi il piccolo atelier di Federica Moretti.

Ciao Federica, come hai cominciato?
Ho fatto fotografica allo IED a Milano, e dopo sono andata a NY per un corso di video arte, tutti studi che c’entrano perfettamente con i cappelli (ride), dove ho cominciato a fare cappelli per me, per andare ai party a cui andavo la sera.

Wow! Che party?
Ho conosciuto con degli amici il makeup artist di Amanda Lepore e siamo entrati in quel giro… Una sera dovevamo andare allo Spider Room, una grande festa che facevano in una chiesa sconsacrata, forse per halloween non ricordo… Io ero tutta vestita di bianco da bambola, con un quadro di Manet dipinto sul volto. Ci mettevo giorni a preparare gli abiti, poi il mio amico veniva a casa per truccarmi e dopo uscivamo…
Quella sera avevo in testa una cosa di tulle enorme, ero con Diego, il fotografo che lavora con noi allo studio Morinn, siamo entrati in questa stanza e tutti cominciano ad applaudire… e io ho capito dopo che era per me! Allora arriva questo giornalista per intervistarmi…
Insomma è iniziato tutto da lì, dalle acconciature e dai cappelli che facevo per uscire la sera.

E quando sei tornata a Milano?
Anche se mi piaceva l’idea dei cappelli, ho continuato a fare l’assistente fotografo perchè quella doveva essere la mia strada e mai pensavo che mi sarei messa a far cappelli. Ho iniziato però nel frattempo a fare qualche mostra e qualche pezzo per i miei amici che uscivano dalla Marangoni e sono andata avanti ancora così per circa sei mesi dopo NY.

Quando hai deciso di dedicarti esclusivamente ai cappelli?
Stavo lavorando alla Fabbrica del Vapore quando è uscita la prima pubblicazione di un mio cappello di carta su Made 05, e mi hanno chiamata da Moschino per quella sfilata che hanno fatto con i cappelli di carta.
Qualche mese dopo ancora nel Settembre 2006 è uscito un mio cappello su Vogue Italia, e in quel periodo ho deciso di provare a dedicarmi ai cappelli seriamente, a quel punto in un modo del tutto incosciente ho deciso di provarci ed è iniziata “l’avventura partita Iva, commercialista” (ride)…

Ti aspettavi quello che hai vissuto in questi anni?
Ormai sono quasi 7 anni ma ogni giorno è una cosa nuova, prima era nuovo per me lavorare con le redazioni, oggi mi sto dedicando di più alla mia Collezione, quindi ogni volta è un’esperienza diversa e non so esattamente cosa ci sarà domani.

Le soddisfazioni più grandi e i momenti più difficili?
I primi 5 anni sono stati di soddisfazioni a livello personale e allo stesso tempo durissimi per le spese, l’affitto, i materiali. Oggi invece sono più tranquilla, in più vado a casa alle otto di sera e non all’una di notte… Insomma va meglio ultimamente!
E’ stata comunque una cosa inaspettata per me e magari fra 5 anni sarò da tutt’altra parte.
Per il momento non cambierei mai, mi piace talmente tanto… e poi le soddisfazioni… vedere qualcuno per strada con un cappello, oggi mi rende ancora più felice che vederlo su un giornale, perchè vuol dire che la gente lo apprezza e non solo a livello fotografico perchè “sta bene nello styling”.

Parlaci dei tuoi cappelli…
Le mie collezioni sono molto versatili e quindi ogni volta che presento la nuova collezione sono un po’ titubante. Ora ad esempio ho presentato l’Estivo che è la seconda Collezione vera e propria che ho portato alle fiere, che è molto diversa dalla stagione precedente, ed ero preoccupata perché pensavo di non essere capita. Sono passata dalla Collezione Invernale fatta con 3 colori, bicolor, molto pulita e schematica, e poi ho presentato l’Estivo con paglie, dove il tema era lo stropicciato, quindi anche la casualità della piega, il fatto a mano, dei cappelli molto scenografici rispetto a quelli precedenti.
Invece ha avuto un buon riscontro con i buyer anche con quelli con cui già lavoravo. Loro vedono il mio gusto che si trasforma ad ogni Collezione e il prossimo invernale ho utilizzato materiali ancora diversi da quello che mi aspettavo anche io.

Quindi quali sono i denominatori comuni nelle tue Collezioni?
Il mio gusto rimane sempre e comunque molto femminile, poi c’è sempre una parte infantile, come le orecchie da coniglio o i colletti da bambina e i fiocchetti sotto al mento dell’anno scorso, e poi i miei cappelli sono sempre piuttosto spogli, non metto mai troppo cose, sono puliti. Anche la scelta dei colori è sempre piuttosto mirata, non lascio mai molta scelta, in genere uso solo 3 colori e i neutri.

News per il futuro?
Dopo il monomarca a Modena in Piazza del Duomo aperto da poco, mi piacerebbe molto aprire un monomarca a Milano.
Di prossima apertura invece il negozio online che dovrebbe essere attivo a Gennaio con la Primavera Estate nuova e l’Invernale.

Parlaci dello spazio in cui lavori invece all’interno dello Studio Morinn…
Il mio spazio è diventato piccolo per lavorare, però per un po’ se voglio fare degli investimenti me lo faccio andar bene!
Lo studio Morinn è nato a casa mia e di Ilaria e dopo qualche mese ci siamo trasferiti qui in zona perchè avevo voglia anche di non avere sempre gente a casa (ride) e nel frattempo le due interior designer dello Studio Morinn hanno ristrutturato questo spazio dove ci troviamo dall’Aprile 2008.
Lo Studio Morinn è una factory che si occupa di interiori design, architettura, fotografia per la moda, grafica editoriale e televisiva… Va bene così!? (si rivolge ai ragazzi che lavorano nello studio adiacente).

Vi date una mano all’interno della factory?
Sì, Salvo per forza se no lo uccido (ride), Diego fa le foto, Ilaria mi ha fatto il progetto del monomarca…

Concludiamo con un consiglio per chi vuole intraprendere una strada analoga alla tua…
Non fatelo! (ride)
No dai, sto scherzando… fatelo, anche se è dura, soprattutto se come nel mio caso ti inventi un lavoro e parti senza contatti, o senza aver avuto prima altre esperienze nel settore.
Son passati 6 anni da quando ho cominciato ma se ti devo dire tutte le cose che ho fatto mi sembrano 15!

CG*

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Phonz says Black, moto d’epoca e Rock ‘n’ Roll

Andare negli uffici di Phonz says Black e chiacchierare con Phonz e Dan è come entrare nella sala prove di una rock band, andare al circo, ad una sagra di paese, alle giostre, a un raduno di moto, a un’indianata in spiaggia, tutto contemporaneamente.
Poi ti ritrovi anche a scrivere di loro, perchè loro sono il loro brand, e a cercar di trasmettere la positività, le risate, l’energia, la spontaneità pura, e a dover poi “censurare” qualcosa qua è là…
Phonz e Dan hanno una forza contagiosa che hanno saputo tradurre nel loro brand Phonz says Black e poi comunicare al pubblico e al loro piccolo team, che li segue con passione.

Phonz says Black non è solo un brand, ma uno stile di vita, uno scenario ben preciso, una gang, come la chiamano loro, con una comunicazione d’impatto che parla del loro background comune, fatto di moto d’epoca e rock ‘n roll.
Nato dal loro primo incontro a Modena, a base di Vodka e Jack, in un paio di anni è diventato un brand di blazer (e non solo), uomo e donna, distribuito in alcune delle migliori boutique in Italia e all’estero.

Dopo i primi tempi in cui lavoravano sotto al letto a castello matrimoniale di Phonz, oggi hanno la loro tana a Milano, in uno spazio che li rispecchia perfettamente, tra la batteria, i teschi, i tessuti sparsi e i muri grigio antracite, dove sono andata a trovarli.
Ecco quindi l’intervista, poco parafrasata, perchè parafrasare farebbe perdere il gusto del loro essere rock, country, pop, metal, black, panters, growling, sexy, heavy, squeezy, boom!

Ciao ragazzi come avete cominciato?
P. Buongiorno a tutti, benvenuti nell’ufficio di Phonz says Black. In pratica eravamo tutti e due frustrati dai nostri lavori eravamo attratti uno dall’altro (ridono) e abbiamo cominciato a chattare nel momento in cui abbiamo deciso di lasciare quello che stavamo facendo, per cercare di costruire qualcosa di nostro, che rispecchiasse di più il nostro credo.

Raccontatemi della prima volta che vi siete incontrati per parlare del vostro nuovo progetto…
P. C’è stata una sera fondamentale, quando è nato tutto…
D. La sera della consacrazione!
P. Ci siamo trovati a Modena per un aperitivo e poi siamo andati a mangiar fuori.
Alle 9 eravamo già ubriachi morti.
D. Sì, aperitivo con 3 vodka alla pesca e lemon soda, e 2 bottiglie di vino a cena (ridono).
Abbiamo buttato giù le prime idee, l’idea del progetto, abbiamo parlato del prodotto, di come sarebbe dovuta essere la comunicazione, e nonostante fossimo ubriachi come dei pazzi abbiamo avuto delle idee che poi abbiamo portato avanti. Ci siamo scritti tutto in questi appunti fino alle 5 e mezza del mattino, nel momento in cui ho tirato fuori il Jack Daniel’s.
P. Da lì è partito tutto…

Ed è nata Phonz says Black!
D. Siamo stati totalmente pazzi, tutti e due con un lavoro sicuro, e si sentiva già che a breve ci sarebbe stato un cambiamento nel mercato, per cui eravamo anche consapevoli di fare un passo del genere in un momento difficile, ma ci incoraggiava il fatto che se ti riesci a ritagliare uno spazio solido nel momento di crisi, nel momento della rinascita sei poi tra i più forti.
P. Eravamo poi talmente sicuri di farcela che non ci ponevamo nemmeno il problema “magari le giacche non piacciono” …talmente sicuri che abbiamo convinto anche gli altri (ride).
D. Il crederci fino in fondo ci ha portato a dei risultati già dal primo Pitti, dove ci siamo presentati alla grande, con un piccolo stand ma con una festa della madonna e una comunicazione pianificata nei mesi precedenti che aveva creato una bella attesa e curiosità nella gente.
P. Inizialmente nessuno sapeva che tipo di prodotto sarebbe stato, parlavamo solo della sua anima e i temi principali che avremmo toccato, le moto d’epoca e il rock’n roll.

Perchè proprio i blazer?
P. Il prodotto non è nato per caso, abbiamo fatto un’attenta ricerca di mercato dove abbiamo visto che il blazer è un capo di abbigliamento che esiste da sempre, che non è mai passato di moda, e di cui stava tornando una bella richiesta a riguardo. Allo stesso tempo mancava sul mercato un brand che facesse solo questo capo e diverso da tutti gli altri.

Cos’ha in più il vostro blazer?
D. Siamo riusciti a traslare perfettamente la filosofia del marchio all’interno della giacca.
E il connubio che la differenzia dalle altre è quello tra il foulard che c’è all’interno, che rappresenta la parte “moto” del nostro brand, e la giacca che invece rappresenta la parte “musica”.
In più siamo riusciti a proporlo a un prezzo accessibile a tutti.
P. E la cosa che ci ha stupito è che i nostri capi piacciono a un target ancora più ampio e più adulto, di quello che c’eravamo immaginati inizialmente.

Parlatemi del dettaglio del foulard…
P. Siamo partiti da un blazer da uomo sfoderato e abbiamo inserito e brevettato questo sistema per cui ogni giacca ha un foulard interno al posto della fodera che si può sbottonare e indossare come si vuole.
D. Sì un foulard che diventa foulard che è un foulard singolo da usare singolarmente…
P. …senza foulard. In pratica tutte le giacche hanno un foulard interno che si può sbottonare e usare come un foulard. (ridono)

E cosa mi dite della pantera, il marchio del vostro brand?
P. Una cosa bellissima della pantera è che in questi anni è stata chiamata cane, facocero, tigre, leone, gatto… però ribadiamo che è una pantera!

Come state lavorando per il futuro?
D. Stiamo lavorando tantissimo sulla qualità, sulla ricerca nei tessuti, su tagli più raffinati e stiamo cercando di curare sempre meglio le grafiche per i foulard. Il tutto sempre Made in Italy.
P. (commenti vari irripetibili sui prezzi del Made in Italy)

Le più grandi soddisfazioni e i momenti più difficili?
D. La soddisfazione più grande credo sia stata quella di dare la giacca a Tommy Lee (ridono).
Quando ho visto Tommy Lee che si stava mettendo la giacca di Phonz says Black sarei voluto morire. Ho detto “dopo questo mi può cogliere anche un treno quando esco da qua” (ride).
(Digressioni irripetibili purtroppo…)
P. Mentre eravamo alla consolle e stavamo suonando i Guns n’ Roses ci ritroviamo Tommy Lee dietro di noi.
D. Momenti difficili non ce ne sono stati… forse tra la prima e la seconda collezione eravamo un po’ spaventati dai primi dati di vendita, perchè era la prima risposta importante dal mercato, ma abbiamo avuto invece un buonissimo sell out, e quello ci ha dato ancora più forza.

Com’è cambiata la vostra vita?
P. La mia vita è cambiata completamente. Ho una mentalità completamente diversa, prima avevo meno responsabilità in ufficio, ora io e Dan siamo il motore che porta avanti tutto… un motore bicilindrico.
D. Anche le persone che lavorano con noi hanno capito che c’è tanto lavoro, ed è bello vedere che si danno da fare come se fosse la loro azienda.

News per il futuro!
D. Presenteremo la nuova Collezione Invernale 2012/13 al Pitti, al Seek del Premium a Berlino e al CPH a Copenaghen e attualmente ci stiamo preparando per presentare tutto nella maniera più perfetta possibile.
Nel frattempo tra Gennaio e Febbraio andrà in consegna nei negozi l’Estivo 2012 dove per la prima volta avremo le t-shirt Phonz says Black e le nuove vestibilità per le giacche: la giacca a un bottone, la giacca a manica corta e il doppio petto.

Un consiglio per chi sta intraprendendo questa strada?
P. Non fatelo! (ridono)
D. E’ il momento migliore invece per iniziare perchè hai più potere d’acquisto anche se sei un piccolo brand e i fornitori sono più disposti ad ascoltarti siccome c’è poco lavoro.
Bisogna poi organizzare il progetto molto bene all’inizio, con un buon business plan e se ci credi davvero buttarsi, che poi alla fine i risultati si possono ottenere.
Se hai un progetto valido c’è ancora spazio per tutti.

Concludiamo parlando dello spazio in cui lavorate… siete sempre stati qui?
D. Siam partiti in mutande e ciabatte, con la scrivania sotto al letto di Phonz…
P. Era Agosto con un caldo della madonna a Milano, poi abbiamo preso un ufficietto di 5 mq dove non riuscivamo a lavorarci in 3.
D. Lì ci si scaldava con una stufa a metano quindi abbiamo rischiato di morire per intossicazione da monossido di carbonio…
P. Era ad incastro, sembrava proprio la casa del ragazzo di campagna di Pozzetto. Per entrare nella mia postazione dovevo far alzare Daniele.
D. Poi andavo io e poi entrava la Daniela. Tipo Tetris.

E poi siete arrivati qui…
D. Qui riusciamo a fare tutto, abbiamo anche un piccolo magazzino, e un bell’ambiente spazioso per lavorare…
P. Fa caldo anche! E comunque a noi basta poco… Abbiamo anche un divano adesso!
D. Sì, dove possiamo accogliere anche tutte le belle ragazze che vengono a intervistarci…

Ok, questo lo scrivo :)
Grazie ragazzi e in bocca al lupo!

CG*

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Lucio Vanotti, segno, materia e superficie

Il suo brand gli permette di esprimere la sua identità e le sue radici, lo studio in cui lavora di comunicare prima di tutto quello che fa e che è.
Lucio Vanotti è un designer e un imprenditore dallo stile pulito, sintetico, capace di eliminare il superfluo per valorizzare forma e materia, prediligendo i dettagli che rendono un capo unico, perfettamente semplice, funzionale e quotidiano.
Nato a Bergamo e stabilitosi a Milano, ha capito presto non solo chi è, ma ciò che gli piace e che vuole per sé.
A Febbraio 2012 esordirà nei negozi con UNO, la prima Collezione del suo nuovo marchio uomo e donna, a volte unisex, rigorosamente Made in Italy, anzi made in Milano, a cui ha dato il suo stesso nome.
Determinato ma in punta di piedi, ha disegnato la sua Collezione, lo spazio in cui vive, e con la stessa naturalezza, la sua vita.

Lo raggiungo nel suo studio aperto al pubblico in Via Arena 19 a Milano, in un’area che è il punto vendita dove trovare l’intera Collezione, ma è soprattutto l’estensione della sua creatività, un luogo puro e minimale dove piccoli dettagli sparsi, mai a voce alta, parlano del suo stile.

Via Arena 19

Ciao Lucio, raccontaci come hai iniziato…
Sono cresciuto in un assolato paesino di montagna (ride), a metà anni ’90 ero alla Marangoni a Milano e poi ho lavorato in alcuni studi stilistici a Milano e a Torino. Per una serie di circostanze avevo un contatto con un distributore giapponese che mi ha commissionato delle t-shirt stampate, nel periodo giusto per le t-shirt, e così spontaneamente la Collezione si è evoluta ed è iniziata questa nuova avventura.
Le prime due Collezioni si chiamavano Lucio poi è iniziata la collaborazione con Marika ed abbiamo deciso di dare a questo nuovo brand il nome February.

Chi vi ha notato in principio?
A parte il Giappone il primo negozio che ha creduto in noi è stato Frip a Milano. Hanno visto una nostra t-shirt indossata e ci hanno voluti per il loro store. Sono seguiti diversi contatti personali, anche perchè in quegli anni non esistevano giovani brand indipendenti, non avevamo nessun riferimento, e ci siamo dovuti inventare tutto. Per questo inizialmente siamo stati più facilitati in Francia dove c’erano già realtà di questo tipo, come il gruppo di Surface to Air o il Rendez-vous.

Quindi si può dire che l’inizio sia stato graduale, che non ci sia stato un momento in cui hai detto “ora mollo tutto e mi dedico solo a questo”…
Sì, è stata un’evoluzione naturale, la mia indole personale. Mi rendevo conto che avevo il limite o la qualità, del bisogno di indipendendenza a livello creativo e nella vita di tutti i giorni.

E in questo percorso quali sono state le più grandi soddisfazioni e invece i momenti più difficili?
Una della cose più gratificanti è quando vedi qualcuno che non conosci indossare un tuo capo, o quando ti dicono che l’hanno usato tantissimo, che per me è uno dei requisiti fondamentali.
I momenti difficili invece li vivi quando ti rendi conto che sono necessarie altre competenze, economiche o commerciali ad esempio, che non sempre un creativo possiede, e quando ti accorgi che ci sono mille passaggi prima di arrivare al cliente finale.

Quindi è stato diverso da come te l’eri immaginato?
Alle superiori fantasticavo sul futuro e immaginavo il mio piccolo atelier (ride) e non pensavo a tutte le complicazioni che ci sarebbero state, e infatti quando dissi a mia nonna che avrei voluto fare lo stilista lei rispose “Ma ti rendi conto di quanto sarà difficile?” e forse non aveva tutti i torti.

Torniamo al tuo lavoro invece, come mai il passaggio da Febraury a Lucio Vanotti?
Ho deciso di cominciare questa nuova avventura, comunque coerente col passato, per una crescita e un’evoluzione personale. Usare il mio nome e cognome significa portare avanti la mia identità, la mia idea, la mia origine, ed essere più libero di espirmermi.

Un consiglio per chi vuole intraprendere una strada simile alla tua…
Passione, umiltà e gioia nel realizzare la tua idea.
Non pensare ad essere riconosciuti dagli altri, ma pensare a riconoscersi in quello che si fa… tutto il resto verrà da sé…

E ride ancora, in quel modo sereno, elegante e ironico, non privo di quello shining, di quella piccola dose di follia, che fa la differenza.

CG*

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